venerdì 10 agosto 2012

Cartelloni cubani

(impressioni cubane, prima parte)

(english version following)

 

E' passato qualche mese da quando sono andato in vacanza a Cuba.
Da tempo volevo andarci, avevo rimandato troppo. Volevo visitarla prima che finisse l'epopea umana di Fidel Castro.

Cuba è un posto curioso. Non è possibile fare semplicemente del turismo a Cuba. Il turismo a Cuba è sempre accompagnato da un aggettivo qualificativo, nella fattispecie i seguenti due:
1)turismo sessuale
2) turismo ideologico

Per la maggior parte della gente è impensabile fare del semplice turismo a Cuba. Quasi il 100% dei tuoi interlocutori ( e oserei dire dei turisti incontrati in loco) che vanno a Cuba si inseriscono tranquillamente in una di queste due categorie.

Adesso, non voglio fare l'alternativo a tutti costi.

Ma io a Cuba ci sono voluto andare per fare del turismo e basta. Sapevo che sarebbe stato un viaggio diverso dagli altri, avevo di certo voglia di capire qualcosina in più su questa isola dalla storia incredibile. Ma credetemi, non sono andato a Cuba né per scopare, né per vedere la tomba del Che.
Il bello è che ci sono andato con due miei amici che hanno, uno scopato, l'altro visto la tomba del Che.
Un po' scemo mi sono sentito, a dire il vero.

Anche perchè quando racconto del mio viaggio agli amici le domande che mi pongono sono: “hai scopato?” e/o “hai visto la tomba del Che?”.

Alle mie risposte negative mi guardano delusi, a volte non capendo che cazzo sono andato a Cuba a fare.
Ma vabbè.
In realtà il viaggio nell'isola caraibica è stato molto istruttivo.
Alcune cose mi sono piaciute, altre meno. Ma sarebbe molto lungo elencarle adesso.

Quello che volevo fare adesso è piuttosto riflettere sul concetto di scelta in democrazia.

Dopo il viaggio a Cuba ed essermi fatto, più o meno, un'idea mia sui risultati della Rivoluzione, volevo tanto sentire il punto di vista di Fidel Castro. Ho preso il librone intervista del 2003 in cui Castro condivide il suo punto di vista col giornalista Ignacio Ramonet (“ Cien horas con Fidel”, un titolo che è tutto un programma. Un mattone di più di seicento pagine. Ma molto scorrevole e interessante, lo consiglio).

Il giornalista ad un certo punto fa a Fidel la fatidica domanda sulla democrazia, sul fatto che sì, begli ideali, belle scommesse, tanti colpi bassi dagli USA, ma comunque a Cuba non c'è una vera democrazia, dato che i Castro sono comunque al potere da decenni e non ci sono delle elezioni che permettano al popolo di scegliere.

La risposta di Castro mi ha colpito.
A Cuba ci sono elezioni, dice. Elezioni locali. La gente vota i propri rappresentanti locali, che devono essere chiaramente fedeli alla Rivoluzione.
La presenza di Castro alla presidenza non sarebbe altro che un simbolo, una garanzia per la Rivoluzione stessa. I cubani hanno scelto già, cacciando via un governo corrotto e instaurando il socialismo. Se a mezzo secolo dallo sbarco del Granma vige ancora questo sistema e nessuno ha mai fatto una vera controrivoluzione, ciò significa che ai cubani va benissimo così.
E poi, chiosa Fidel (riporto a memoria), siete davvero sicuri che voi (riferendosi a tutti i cosidetti paesi democratici) abbiate davvero libertà di scelta quando andate a votare due candidati praticamente identici?


Questa storia che i candidati alle elezioni siano identici rischia di ricordare i tormentoni di Grillo. Ma Fidel Castro ha senz'altro uno spessore culturale diverso da quello del comicopolitico genovese, e la sua domanda va valutata con più attenzione.
Il nocciolo del discorso è questo. Ogni volta che noi “paesi democratici” andiamo a votare un candidato di destra o di sinistra, andiamo a votare due persone che propongono sfumature diverse all'interno di un sistema economico e politico che ci hanno dato per immutabile. Quello dell'attuale  capitalismo. E' chiaro che Obama sia diverso da Bush, che Bersani sia diverso da Berlusconi. Ma i programmi che tutti loro propongono si inseriscono all'interno di un sistema che nessuno ha deciso. Ne' i politici, ne' tantomeno noi.

Mi faceva impressione vedere che a Cuba non esistesse la pubblicità.
Solo grandi cartelli con eroi della Rivoluzione, frasi di Che Guevara, Josè Martì e molti altri. Massime morali.
Agli occhi di un “democratico” occidentale facevano quasi sorridere.
Poi pensavo alle nostre di strade.
 Zeppe di pubblicità di prodotti che nemmeno ci servono, piene di desideri indotti di cose di cui un attimo prima non ne sentivamo  il bisogno.
Cos'era meglio?
Una frase che dice “fedeli alla nostra storia” o una mela morsicata che dice “pensa differentemente” a milioni di persone che poi comprano lo stesso tablet?
Su Cuba e su Castro si possono fare tante critiche. Fidel non è certo un santo e Cuba non è affatto il paradiso. Ma almeno i cubani hanno fatto una rivoluzione per scegliere un sistema politico ed economico.

Noi “democratici” occidentali, quando l'abbiamo scelto il sistema in cui viviamo?

I cartelloni cubani veicolano un ideologia.I nostri forse no?

Mentre penso a tutto questo sono sul taxi (un'auto bianca degli anni Cinquanta) che ci sta portando ad Alamar, ascolto musica col mio ipod. Lo guardo e entro in un flash forward: tra qualche mese quell'ipod avrà un problema, sarò costretto a portarlo a riparare. Mi allontano per qualche minuto dalla calda atmosfera caraibica e sono a Bergen, in Norvegia, all'interno dell'Apple  Store....


(fine prima parte. prossimo capitolo "Il peccato originale" )




english version

Cubans' poster

(cuban impressions, first part)

 

 Some months passed since I've gone in holyday to Cuba.
I wanted to go since long time, I postponed it too many times. I wanted to visit it before the human adveture of Fidel Castro would end.

Cuba is a weird place. It's not possible to do  simple tourism in Cuba. The tourism in Cuba is always associated with a qualitative adjective, in the case in point the following two:
1)sexual tourism
2) ideological tourism
 
For most people is inconceivable  to do simple tourism in Cuba. Almost 100% of your interlocutors (I would say of the tourist I met in loco)  going in Cuba belong to one of these categories.

Now, I don't want to do the alternativ at all costs.

But I wanted to go in Cuba to be a tourist and that's it. I knew  it would be a trip different than the others and I really wanted to know something more about this island with such an incredible story.
Believe me, I haven't been in Cuba to get laid or to visit the tomb of Che.
The best of it is that I went there with two friends of mine who got laid (one) and visited the tomb of Che (the other one).

I felt a little fool, actually.

Also because when I talk about my cuban trip my friend ask me “ did you get laid and/or visit te tomb of Che?”. When I answer negatively they are a little disappointed and don't understand what the fuck I went in Cuba for.
Whatever.

Actually the trip in Cuba was very informative. I liked some things, I did'nt like something else. It would be too long to list all of them now.

What I want to do now is to reflect about the concept of choise in democracy.

After my cuban trip I gained, more or less, an insight into the results of the Revolution, and I wanted to know the point of view of Fidel Castro. I took a big book, an 2003's interview where Castro share his point of view with the journalist Ignacio Ramonet  (“One hundred hours with Fidel”, I recommend it).

At one point the journalist enquire Fidel  about democracy. Ok, hights ideals, hights perpectives, many blows below the belt from USA, but anyway in Cuba ther's not a real democracy 'cause the Castros are in charge since decades the people are not allowed to choise by regular elections.

 I was struck with Castro's answer.
In Cuba there are elections, he said. Local elections. People vote their local representatives which have to be, obviously, loyals to the Revolution.
The presence of Castro would be just a symbol, a guarantee for the Revolution itself. Cubans have chosen already chasing away  a corrupt government and enstablish socialism. If after half century nobody have done a counterrevolution it means that for cubans is fine like this.
And then, add Fidel, are you really sure that you (referring to the so called democratic countries) are really free when you vote two candidates practically identical?

This argoment sounds a little superficial and populist, but maybe it deserve to be explored a little better.
The heart of the matter is this. Everytime we “democratic countries” go to vote a right or left candidate, we go to vote two persons that offer us different nuances  within an economic and social system that they gave us as immutable. The one of the present capitalistim. Of course Obama is different than Bush. But both's programs belong to a system that nobody has chosen.
Nor politicians, even less us.

I was impressed about the fact that in Cuba there is no advertising. Only big posters with the heroes of Revolution, mottos of Che Guevara , Josè Martì and many others.
Moral maxims.
At a first sight  they made me almost laught.
Then I thought to our streets.
Full of advertising of products we don't really need and induced desires.
What's better?
A motto saying “ faithful to our hystory” or a bitten apple saying “think different” to millions of people using the same tablet?

We can make several critics about Cuba and Castro. Fidel is not exactly a saint and Cuba is not the paradise. But at least  the cubans made a revolution to choose a politic and economic system. 
When did we “democratic” westerners choose the system we are living in?

Cubans posters spread an ideology.
Don't ours do the same?

Mentre penso a tutto questo sono sul taxi (un'auto bianca degli anni Cinquanta) che ci sta portando ad Alamar, ascolto musica col mio ipod. Lo guardo e entro in un flash forward: tra qualche mese quell'ipod avrà un problema, sarò costretto a portarlo a riparare. Mi allontano per qualche minuto dalla calda atmosfera caraibica e sono a Bergen, in Norvegia, all'interno dell'Apple  Store....

I'm on a taxi while I'm thinking about this. The taxi is an old car from the Fifties, leading us to Alamar. I'm listening music with my ipod. I look at it and I get into a flash forward: in few months I'll have some problem with my ipod and I have to bring it to a repair store. I fly away from the warm caraibean atmosphere where I am now, and I am in Bergen Norway, into an Apple store.....


(cuban impression, end of part one, next chapter "The original sin")




Han pasado algunos meses desde que estuve de vacaciones en Cuba. Había deseado ir hacia largo tiempo, pero lo pospuse muchas veces. Quería visitar el país antes de que concluyera la aventura humana de Fidel Castro.
Cuba es un raro lugar. No es posible hacer un turismo simple en Cuba. Al turismo en dicho país se le asocia siempre un adjetivo cualitativo, en especial cualquiera de los dos siguientes:
  1. Turismo sexual
  2. Turismo ideológico

Para la mayoría de la gente es inconcebible hacer un turismo simple en Cuba. Al menos cien por ciento de tus interlocutores (podría decir que todos los turistas que conocí) viajaban Cuba motivados por una de estas categorías.

No tiendo a seguir las opciones dadas, a cualquier costo.
Tenia claro que queria viajar a Cuba, ser una turista y eso es todo. Yo sabia que seria un viaje distinto a los demás y realmente quería conocer algo más sobre esta isla con tan increíble historia. Créame, no he viajado a Cuba para tener sexo o para visitar el memorial del Che. Lo mejor de esto es que estuve allá con dos amigos quienes sí tuvieron sexo (uno de ellos) y visitaron la tumba del Che (el otro).
Me sentí un poco tonto, de hecho.
También porque cada vez que hablo sobre mi viaje a Cuba mis amigos me preguntan: ¿tuviste sexo y/o visitaste el memorial del Che? Cuando respondo negativamente se muestran un poco decepcionados y no entienden por qué rayos fui a Cuba entonces.
Da igual.

Aún así mi viaje a Cuba fue muy informativo. Me gustaron algunas cosas, no me gustaron otras. Seria muy largo enunciarlas todas ahora.
Sobre todo cuando lo que realmente quiero hacer es reflexionar sobre el concepto de libertad de elección en la democracia.
Mi viaje a Cuba me permitió acercarme, más o menos, a los resultados de la Revolución, y deseé conocer el punto de vista de Fidel Castro. Tomé un libro grande, una entrevista del 2003 donde Castro compartía su punto de vista con el periodista Ignacio Ramonet (“Cien horas con Fidel”, lo recomiendo).
En un momento el periodista increpa a Fidel con una pregunta sobre la democracia. Está bien, grandes ideales, grandes perspectivas, muchos golpes bajos de parte de Estados Unidos, pero de cualquier manera en Cuba no hay una democracia real porque los Castros han estado en el gobierno durante décadas, no se le permite a la gente elegir a través de elecciones regulares.
Fui impresionado por la respuesta de Fidel castro. En Cuba hay elecciones, dijo él. Elecciones locales. La gente vota por sus representantes locales los cuales tienen que ser, obviamente, leales a la Revolución.
La presencia de Castro viene a ser solo un símbolo, una garantía para la Revolución misma. Los cubanos han elegido mantener fuera un gobierno corrupto y establecer el socialismo por su cuenta. Si después de medio siglo nadie ha hecho una contrarrevolución eso significa que los cubanos están bien como están.
Y entonces, añade Fidel, ¿están ustedes realmente seguros (refiriéndose a los llamados países democráticos) de que son efectivamente libres cuando votan por dos candidatos prácticamente idénticos?
Este argumento suena un poco superficial y populista, pero quizás merece ser explorado un poco mejor.
Esta es la cuestión. Cada vez que nosotros “países democráticos” votamos un candidato de derecha o izquierda, en realidad votamos a dos personas que nos ofrecen diferentes variaciones que pertenecen a un sistema económico y social que ellos nos dan como inmutable. El elegido por el capitalismo del presente. Por supuesto, Obama es diferente a Bush. Pero ambos programas pertenecen a un sistema que nadie ha elegido.
Ni políticos, ni siquiera nosotros.


Yo me sentí impresionado respecto al hecho de que en Cuba no hay publicidad. Solo grandes carteles (posters) de héroes de la Revolución, frases del Che Guevara, José Martí y muchos otros. Máximas morales. A primera vista, ellos me hicieron casi reir.
Después pensé en nuestras calles.
Llenas de publicidad de productos que no necesitamos realmente y que nos inducen deseos.
¿Qué es mejor?
¿Una frase diciendo “fieles a nuestra historia” o una manzana mordida diciendo “piensa distinto” a millones de personas que usan la misma tablet?
Podemos hacer muchas críticas sobre Cuba y Castro. Fidel no es exactamente un santo y Cuba no es ciertamente un paraíso. Pero al menos los cubanos hicieron una revolución para elegir un sistema político y económico.
¿Cuándo nosotros, occidentales “democráticos”, elegimos el sistema en el cual estamos viviendo?

Los posters cubanos esparcen una ideología.
¿No hacen nuestros posters lo mismo?

Viajo en un taxi mientras reflexiono sobre esto. El taxi es un carro antiguo de los años cincuenta, que nos lleva a Alamar. Estoy escuchando música con mi iPod. Lo miro y me introduzco en una predicción al futuro: en unos meses yo tendré problemas con mi iPod y tendré que llevarlo a una tienda de reparación. Vuelo lejos de la cálida atmósfera caribeña donde estoy ahora, y estoy en Bergen (Noruega), dentro de una tienda Apple…





lunedì 13 febbraio 2012

Odd socks




(segue versione in italiano)

In my room ther's always an incredible mess.
Once in a while I ought  to tidy it up. This afternoon I took some hours to do it.
After I finished with the visible mess, I passed to the invisible mess, the easy-to-hide one: wardrobe and drawers.
Tidying up the clothes I ought to face a mystery that hauted me all along, at least since I live on my own: the odd socks.
Although I was sure I matched  or throw away all my old odd socks before I moved, and even if I have'nt buy any other sock since I am here, I found no less than six!
6!
Six odd socks!
Six odd socks are not three couple of socks.
They are just six socks.
Odd.
What do you think I should do?
To wear'em anyway, even if they don't belong each other?
Or maybe let them free in their own peculiarity, without any forced matching that would betray their individual nature?

Now, maybe you can think that this is just a silly story.
I, myself, think that it fits perfectly for Valentine's day.

Calzini spaiati

Nella mia stanza c'è sempre un casino micidiale.
Ogni tanto mi tocca darle una sistemata. Mi sono preso qualche ora oggi pomeriggio per fare ciò.
Finito col casino visibile, sono passato a quello invisibile, quello facilmente occultabile: armadio e cassetti.
Sistemando i vestiti ho dovuto affrontare un mistero che mi perseguita da sempre, almeno da quando vivo per conto mio: i calzini spaiati.
Benchè fossi sicuro di aver accoppiato o buttato via tutti i miei precedenti calzini spaiati prima di cambiare città, senza averne comprati altri me ne sono ritrovato ben sei!
6!
Sei calzini spaiati!
Sei calzini spaiati non sono tre coppie di calzini.
Sono solo sei calzini.
Spaiati.
Cosa dovrei fare secondo voi?
Indossarli comunque, anche se non si appartengono l'un l'altro?
Oppure lasciarli liberi nella loro peculiarità, senza accoppiamenti forzati che tradirebbero la loro natura individuale?

Ora, forse questa vi sembrerà una storiella scema.
Invece io credo che sia perfetta per San Valentino.

domenica 1 gennaio 2012

Memento mori





(english follows)

Vi siete mai chiesti perchè si festeggiano i capodanni, i compleanni, gli anniversari?
Da bambino lo davo per scontato, diventare grande era una cosa figa , festeggiare ogni anno in più era festeggiare una conquista.
Col tempo ho iniziato a vedere questi festeggiamenti da una diversa prospettiva: si festeggia ogni anno che ci avviciniamo di più alla fine, il tempo che passa.
E ho scoperto finalmente che festeggiare insieme ha davvero un significato profondo.
E' un rituale collettivo, un rituale tribale da compiere insieme per esorcizzare la morte.

In fondo ogni festa è un memento mori.

Memento mori

Have you ever wondered why we celebrate new year eves, birthdays, anniversaries?
When I was little I assumed it, to grow up used to be cool, to celebrate every year meant to celebrate a conquest.
With the time I started to see these celebrations from a different perspective: we celebrate every year we are getting closer to the end, the passing time.
And finally I realized that celebrating together really has a deep meaning.
It's a collective ritual, a tribe ritual to accomplish together to exorcise the death.

After all every celebration is a memento mori.

sabato 29 ottobre 2011

Sandro Usai

Non sono un “nativo digitale”, ma nemmeno un cinquantenne rincoglionito che non capisce nulla di web.
Mi sono comprato il primo computer a 22 anni, collegato ad internet subito dopo, dieci anni belli pieni di vita da moderno cittadino del ventunesimo secolo.

Mi lasciano perplesso i giovani che demonizzano internet, personalmente farei fatica a riabituarmi ad una vita predigitale, sebbene talvolta ne avrei bisogno.

Se c'è una cosa che ho capito del web in questi miei dieci anni di frequentazione di forum, social network, siti, blog, è che tutto è orizzontale, non c'è nessuna autorità dall'alto che imponga una gerarchia alle informazioni, ai fatti, alle cose.

E quindi può capitare che riesca ad essere informato su fatti importanti, ma nascosti dai media principali, oppure che perda il mio tempo su notizie del tutto insignificanti che mi sembrano vere.
Oppure ancora venire a conoscenza di notizie importanti attraverso notizie insignificanti.

Mai avrei immaginato che sarei venuto a conoscenza del fatto che in Uzbekistan vi sia una dittatura attraverso una notizia riguardante Eros Ramazzotti.
Ma tant'è.

Certe volte però sembra che una gerarchia alle informazioni si crei di sola, una notizia si diffonda a dismisura a dispetto di altre. E questo dispiace, soprattutto quando si dà forse un eccessivo valore simbolico alla morte di qualcuno, e nessun valore alla morte di qualcun'altro.
Che magari ne meritava un po' di più.

Non è bello fare una classifica dei morti, una top ten del dolore. E non intendo farlo.

Ma fa rabbia vedere come la morte di un motociclista famoso abbia oscurato decine e decine di altre morti , avvenute negli stessi giorni all'interno di  gravi tragedie.

Senza nulla togliere al dolore dei familiari e amici del motociclista, mi indigna che non si siano spese altrettante parole di dolore per le centinaia di morti nel terremoto in Turchia, o le decine di morti nell'alluvione in Liguria e Toscana.


Quando muore uno famoso non muore solo una persona. Muore un simbolo, un icona.
Il processo identificativo con l'icona è immediato, forse naturale.
Ma risulta difficile identificarsi in centinaia di vittime.

E allora mi pare giusto prendere una sola persona tra le due tragedie, e renderla icona (nonostante non sia nemmeno riuscito a trovare una foto su internet).

Un volontario morto nell'alluvione ligure, che rappresenti metonimicamente tutte le vittime trascurate dai media. E non parlo solo dei social network ( tantissimi post lagnosi su facebook, avatar dedicati alla morte del motociclista e quasi nessuno ha speso una parola per i terremotati e gli alluvionati), ma anche i principali quotidiani online (su Repubblica.it per giorni ampio spazio al motociclista, il terremoto turco relegato ad un trafiletto minore, e così altri giornali).

Questo volontario si chiamava Sandro Usai.

domenica 16 ottobre 2011

Un paesello provinciale

(english version follows)

In queste ore tutti quanti stanno dicendo la loro sul casino che è successo l'altro giorno a Roma alla manifestazione contro le ineguaglianze economiche.
Si può sapere chi cazzo sono io per avere la pretesa di dire la mia?
(chiunque è libero di rispondere)
Che posso aggiungere di nuovo a tutto quello che è stato detto?
(le imbecillità  strumentali dei politici, le teorie del complotto, le cossigate, la separazione dei buoni  dai cattivi, eccetera eccetera....)
Questi discorsi mi annoiano, perchè sono sempre gli stessi.
Ma c'è un piccolo fatto nuovo.
Stavolta la nostra manifestazione ha  avuto dei termini di paragone.
Globali.
La manifestazione romana è stata infatti l'omologa italiana di una manifestazione globale, su temi globali, avvenuta in tutte le principali piazze del globo, da New York a Tokio.
Nel mondo assistiamo a forme aggregative diverse, orizzontali, unite nei contenuti e non nelle ideologie, pacifiche. E in Italia?
In Italia si assiste alla solita rievocazione degli anni settanta o, se volete, del luglio 2001.
In Italia ancora siamo rimasti alle categorie “fasci” , “comunisti”, “sbirri”, ogni manifestazione è pretesto per sfogare  frustrazioni  mascherandole con le solite etichette da stadio.
Niente, non ce la facciamo ad andare oltre queste categorie.
Lascio a chi è più informato di me il passatempo di studiarne le cause, analizzare i video, infamare i politici o i manifestanti.
Io dico solo che l'Italia, ancora una volta, si è dimostrata un paesello provinciale.

A little provincial country

In these hours everybody are saying something about the mess occured some days ago  in Rome, at the demonstration  against the economic inequality.
Who the fuck do I think to be to demand to have my say?
(feel free to answer)
What can I add of new to what has been said?
(the instrumental stupidity of politicians, conspiracy theory, the distiction between goods and bads, and so on.....)
These talks bore me, because they are always the same.
But ther's something new.
This time our demonstration had an element of comparison.
Global.
The roman demostration was infact the italian corresponding of a global demonstration about global issues, occurred in the globe's main squares, from New York to Tokio.
In the world we witness to different ways to demonstrate together, joined by the contents not by ideology, peaceful. What about Italy?
In Italy we witness to the usual revival of the Seventies or, if you like, of june 2001.
In Italy we still remained to the cathegory “fascist”, “comunist”, “cops”, every demonstration is just  an excuse to give vent to frustations, masking'em with the usual labels.
Nothing doing! We are not able to go beyond these cathegories.
I let who is more informed than me the hobby to study the causes, analyze the tapes, blame against the politicians or the demonstrators.
I only say that Italy, one more time, proved to be a little provincial country.

martedì 26 luglio 2011

Forse dovremmo imparare da quello stupore



(english version follows)


Sto imparando a conoscere la Norvegia e i suoi abitanti, ma non voglio scrivere un saggio sui norvegesi, come qualcuno sta facendo in questi giorni, pur conoscendoli ancor meno di me.

Posso parlare delle mie impressioni, ed è la sola cosa che mi sento in grado di fare.

In questi giorni ho come l'impressione di vivere in un piccolo villaggio.

So di non essere il solo.

La Norvegia di fatto è composta per la maggior parte di piccoli villaggi; la popolazione intera, benchè sparpagliata in grandissimi spazi, mi sembra che nel suo insieme si comporti come un piccola e stretta comunità.
Se qualcosa di brutto è appena accaduto nel paesino,la comunità intera è fortemente coinvolta emotivamente.

La tragedia di questi giorni la conosciamo tutti, un esaltato ha compiuto una strage.

C'è una lunghissima tradizione di stragi e di bombe in molti paesi del mondo, tra cui il mio paese, l'Italia.
Non ci vuole molto ad immaginare  come la psiche collettiva delle popolazioni di tali paesi sia in qualche modo forgiata dalle proprie storie di sangue.
In Norvegia fatti del genere non sono mai accaduti da che si abbia memoria, e le ultime bombe esplose sul territorio nazionale sono state durante la Seconda Guerra Mondiale.

La psiche collettiva del popolo norvegese non era pronta, l'immagine che mi è venuta in mente più volte in questi giorni è quella di una giovane donna che perde la verginità attraverso uno stupro.

Dietro ai volti  rigati di lacrime, dietro il dolore non urlato delle centinaia di persone viste in questi giorni non ho potuto fare a meno di vedere anche un certo stupore.
Uno stupore che amplifica il dolore.
Probabilmente lo stesso stupore che dovremmo provare tutti di fronte alla violenza, che sia la prima o la millesima volta.

Forse dovremmo imparare dai norvegesi, iniziare a vedere la violenza non più come qualcosa che fa parte della vita, non più come un mezzo attraverso il quale lottare o ottenere qualcosa. Ma semplicemente come qualcosa senza senso.

Forse dovremmo imparare da quello stupore.




 Perhaps  we should learn from that  astonishment.


I'm learning to know Norway and its inhabitants, but I'm not here to write an essay about norwegians, like someone is doing in these days, although he knows 'em even less than me.

I can talk about my own impressions, and it's the only thing I feel to do.

 In these days I've got the impression of living in a small town.

I know I'm not the only one.


Norway is basically made for the most part of small villages; the whole population,  although spread in  very great spaces, it seems to me to behave like in a tiny comunity. If something bad just happened in the town, the entire comunity is emotionally strongly involved.


There is a very long tradition of mass murders and bombs in many countries in the world, included mine, Italy.
It goes without saying that the collective psyche of that countries' population would be shaped, in a way, on their bloody history.
In Norway nothing like this never happened within living memory, and the latest bombs blown here date back to the WW2.
The norwegian people's collective psyche was'nt ready and the picture I had in my head in these days is the one of a young woman who just lost her virginity by a rape.

Behind the tear-stained faces, behin the not screamed pain of  the hundres people I saw in these days I could'nt help to see a certain astonishment.
Probably the same  astonishment we all should feel before the violence, the first or the hundredth time we face it.
Perhaps we should learn from nowegians, start to see the violence not like something that belong to the life, no more as a way by wich to fight or to obtain something.
But simply like something pointless.

Perhaps  we should learn from that  astonishment.